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Riot. Clothing: lo stile “pop” di Simone Villa

19 marzo 2018

A questo blog piace offrire visibilità ai giovani artigiani, a chi fa, con enormi difficoltà, del proprio sogno un lavoro.

Oggi, care amiche, pubblico la bella intervista a Simone Villa, il giovane designer fondatore di Riot. Clothing.

E lascio che sia il nostro incontro virtuale a raccontare la bellezza del suo progetto. Buona lettura.

Cominciamo dalle basi, ovvero dal nome. Perché Riot. Clothing Space?

Il tutto inizia un po’ di anni fa, quando per passione più che per vocazione, ho iniziato a fare serate come dj ed il nome che usavo era Riot Killer. La parola Riot, dall’inglese sovversivo, calzava bene alle mie scelte musicali, che combinavano insieme elettronica, punk, pezzi anni 80, sigle dei cartoni animati ma anche dei telefilm.

Ho ricominciato ad autoprodurre (avevo smesso causa vecchio lavoro che impegnava molto) i miei vestiti, pezzi unici che facevo indossare ad amici e parenti.  Su suggerimento di un compagno delle superiori ho aperto uno shop su Etsy, come Riot. Clothing.  E la parola sovversivo, si addice molto bene alla mia visione alternativa della moda..
Quando nel 2004 ho deciso di fare le cose sul serio ed aprire anche uno spazio fisico ho aggiunto la parola Space.

Al di la della tua formazione accademica (Simone si è diplomato all’Istituto Marangoni di Milano ed è stato assistente di Giorgio Correggiani), da dove nasce la tua passione per il cucito “creativo”?

Sono cresciuto con  i miei nonni materni, per cui le giornate le passavo tra giocare a Lego con nonno, ovviamente uscire con gli amici, ma anche guardare nonna che cuciva a macchina. Ho passato tanti pomeriggi a casa di una sua amica sarta, semplicemente perchè nonna aveva da fare e non voleva lasciarmi a casa solo.

Pensa che almeno fino a quando non ho imparato a confezionare le mie idee, nonna e l’amica sarta si sono trasformate nelle creatrici dei miei capi.

Qual’è il primo capo che hai prodotto?
Ci sono tante cose che mi ricordano l’inizio di tutto, dato che ho sperimentato molto. Ma direi che la cosa che più ha sancito l’inizio della mia avventura creativa,  è una camicia che ho decorato applicando una sacco di bottoni su collo e polsi per una compagna delle superiori.

Che cosa altro influenza le tue scelte stilistiche?

Io ho tanti interessi, tutto è partito dalla musica ed ancora oggi rimango molto legato ad essa, infatti, tutti i mesi ne parlo anche sul mio blog (http://www.riot-clothing-space.com/it/category/blog/ ). Le culture del mondo, l’arte in ogni sua forma, gli stessi materiali con cui lavoro, ovviamente i colori ma anche le richieste delle mie clienti.

Il colore, è una forma di espressione della tua personalità?

Ho sempre parlato attraverso il colore. Nonostante spesso mi rifugi nel nero. Ma pur essendo una persona timida, ho sempre fatto di tutto per attirare l’attenzione, posso riassumere dicendo di essere cromaticamente egocentrico. (ride)

Sostenibilità ambientale e valenza etica in Riot.

Si, strizzo l’occhio ai costumi degli altri paesi ed alle subculture, e miscelo l’up-cycle di materiali in disuso, con tessuti aziendali di scarto ed altri stampati in esclusiva per me. Inoltre, nonostante in questo paese non sia facile essere un artigiano, a causa dei troppi paletti burocratici, credo nel Made In Italy, nel gusto italiano e nel nostro saper fare.

Credo nel fare rete, cosa complicatissima ma su cui continuo ad investire e a lavorare.

Spesso fai riferimento alla ricchezza dell’incontro con le altre culture, come avviene nella produzione di Riot?

Oggi viviamo in una realtà multiculturale, e pur non avendo viaggiato molto fisicamente, basta guardarsi attorno per incontrare anche stili e gusti in fatto di abbigliamento diversi. Mi piace sapere come vengono interpretati certi capi; e non è tanto nel riciclo del tessuto che si può leggere il mio interesse per l’Altro,  quanto un mix tra i tagli che propongo ed i tessuti. Mi piace mischiare! Non farò mai un kimono con un tessuto giapponese, ma lo faccio utilizzando un tessuto italiano con inserti indiani piuttosto che africani. Sono molto interessato alle tradizioni giapponesi, indiane ed africane.

Come nascono le collaborazioni con altri designers?

Il tutto è iniziato lanciando degli Artwork Contest, per i quali io creavo un tema e poi la grafica del vincitore veniva stampata su tessuto; io realizzavo una mini collezione ed il vincitore riceveva dei pezzi in regalo.

Con Laura (Bellini) ad esempio siamo partiti da disegni che lei già aveva prodotto, e dalla mia voglia di creare una stampa con i gatti buoni #cutecats ed una con gatti cattivi/mostri #badcats, a cui io poi sono seguiti i #magicats, in risposta alla mia volontà di avere qualcosa di magico.

Gli illustratori forniscono gli elementi, anche in base allo loro formazione, ed io elaboro le immagini e creo i pattern di stampa, aggiungendo eventuali motivi di fondo ed eventualmente modificando  i colori.

Parlando di primavera- estate (Burian permettendo), quali saranno i must have secondo il “Riot pensiero”?

Bè ovviamente tutti i pezzi con collaborazione con Laura! Poi ci sono dei pezzi, ovviamente unici, che mi fanno impazzire, come il trench con pois, la gonna Spain e amo follemente anche i kimoni crop top!

 

 Trovate tutte le creazioni di Riot.Clothing qui e non esitate a contattare Simone per informazioni.

Baci,

LaLu

7 commenti per Riot. Clothing: lo stile “pop” di Simone Villa

  1. Cioè ma la stampa con i gatti in versione Sailor Moon, Magica Emi e Creamy?!?! La voglio anche io una gonna così!!! Geniale, intelligente e complimentisissimi a Simone, gran bella scoperta.
    Io invece sto ancora aspettando invano qualcuno che veda un’idea nel mio tubino del logo che ho trasformato in pattern milioni di volte. Si, aspetta e spera come diceva quella… Ahaahahahahahaha!
    Bacione bellezza e buon weekend! :*
    Luna
    http://www.fashionsnobber.com

    • ilquadernodilalu:

      parlane con Simone, io la tua grafica la trovo deliziosa. appena creerai una tua linea Snobber, io prendo la tee.
      LaLu

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